Lettera a un vecchio Ichino

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Insomma capita che la mia letterina (ina ina) al giovane ichino con la i minuscola abbia fatto il botto sull'Unità. Capita che l'abbia letta anche il professore Ichino con la I maiuscola, che a differenza di Renzi(*) l'Unità la legge ancora. Capita che non vi si sia riconosciuto - e giustamente. E così mi ha risposto, il giuslavorista. Perché di Ichino si possono dire cose brutte, ma se lo tirano in ballo lui risponde. Risponde anche ai bruchi, ai vermi e a me.


E allora io gli ho chiesto scusa. Più o meno. Sull'Unità. (H1t#107). E si commenta là.

Devo le mie scuse al professor Ichino per averlo coinvolto in una polemica superficiale, che in realtà non aveva come obiettivo lui. L’ambiguità era palese sin dal titolo: la mia “Lettera a un giovane ichino”, con la i minuscola, non era indirizzata a lui, ma a un certo tipo di commentatori in cui mi capita spesso di imbattermi su blog e social network, che usano il professore un po’ come bandiera per uno scontro generazionale con la “casta” dei protetti dall’articolo 18. In realtà il titolo originale avrebbe dovuto essere “lettera a un giovane ichiniano”, ma suonava proprio male, o “ichinodulo”, ma non lo avrebbe letto nessuno: e così mi sono permesso il dubbio omaggio di fare del cognome del professore un nome comune. Non mi aspettavo che l’Ichino, con la I mi replicasse sul suo blog, ma questo è un errore mio: continuo a pensare di scrivere per un pubblico di poche centinaia di persone. Invece il mio post è stato ripreso dall’Unità, sei giorni dopo la pubblicazione, e a quel punto ha fatto veramente il giro di Internet. Il professore ha tutto il diritto a non riconoscersi nel “giovane ichino” di cui parlo, e di respingere la caricatura delle sue idee.
Questo non significa che io non abbia diverse riserve su queste idee, di cui magari un’altra volta scriverò, con maggiore cognizione. Confesso subito però che non si tratta di riserve tecniche – non sono un giuslavorista, e come ho anche scritto in quel pezzetto, ritengo che in linea di massima potrebbe anche aver ragione lui. Quello che mi manca per abbracciare l’ichinismo è una grande dose di ottimismo della volontà, che non manca invece al professore, né a tanti suoi difensori. Me ne sono convinto definitivamente leggendo i commenti di molti “giovani ichini”, che mi assicuravano che la flexsecurity avrebbe aumentato i diritti, aumentato i posti di lavoro, trasformato l’Italia in una grande Danimarca eccetera. Anch’io, quando leggo Ichino con la I, devo ammettere che tutto sembra tornare: soltanto, non ci credo.
Non credo che il modello danese sia alla nostra portata, per una serie di parametri culturali e banalmente geografici su cui magari un’altra volta mi dilungherò; non credo che i sussidi di disoccupazione ridurranno gli sprechi – temo viceversa che molti lavoratori (e imprenditori) sommersi ne profitteranno; non credo, per usare le parole del professore, che ai lavoratori oggi privi di tutele verranno davvero estese “le altre protezioni essenziali, secondo i migliori standard internazionali (maternità/paternità, malattia, ferie retribuite)”: suona molto bene, ma purtroppo non ci credo. Non credo che il progetto del professore sarà realizzato nella sua totalità, come quello del povero Biagi prima di lui. Credo invece, da pessimista qual io sono, che la Confindustria avrà buon gioco a far passare le cose che le interessano (libertà di licenziare, non “per capriccio”, ok, ho esagerato: diciamo che basta affermare che altrove si possono fare affari migliori, come Marchionne a Detroit) cassando quelle che la impegnerebbero, visto che gli impegni nei confronti dei lavoratori i nostri industriali proprio non se li sanno prendere; credo che la flexsecurity sarà usata come una bandiera per togliere altre speranze ai giovani – e quasi soltanto ai giovani (anche se Ichino ha ragione, a livello di pensione qualcosa è stato rosicchiato anche ai cinquanta-sessantenni). Insomma, per dialogare alla pari con lo stimato giuslavorista non mi manca soltanto la dottrina, ma soprattutto la fede.
Nella sua risposta Ichino ribadisce che con la flexsecurity i diritti dell’articolo 18 non verranno eliminati, ma estesi: quando però scrissi il pezzetto (il ventun dicembre) non era di estensione dei diritti che si discuteva tra ministro e sindacati, ma di abolizione dell’articolo 18. La polemica poi rientrò, forse per farci passare almeno le feste tranquilli. Stamattina però ci siamo alzati con Libero che titolava “Più assunti solo se aboliamo l’articolo 18″. E dàgli. Però questo non è Ichino, d’accordo, è Belpietro… poi abbiamo scoperto che il governo pensa di sospendere l’articolo 18 per alcune categorie di neoassunti. Ora il professore ha un bel da dire che sospendendo l’articolo in realtà i diritti non diminuiscono, ma aumentano: probabilmente ha un senso, probabilmente se tutto andasse come vuole lui la cosa funzionerebbe.  È interessante tuttavia che si prenda sempre come punto di partenza (o come titolo in prima pagina) l’abolizione dell’articolo, non l’estensione dei diritti. Magari saremo prevenuti; del resto stiamo ancora aspettando di vedere gli ammortizzatori sociali che sarebbero dovuti seguire alla legge Biagi (e al pacchetto Treu). Certo, se è per questo stiamo ancora aspettando pure l’aumento dei posti di lavoro che Treu e Biagi auspicavano. Forse arriverà tutto assieme con la Fornero-Ichino. Forse. In fondo essere ottimisti non costa nulla e migliora l’appetito. Però poi bisogna anche avere qualcosa da mettere sotto i denti.

Devo infine altre scuse al professor Ichino per quello che lui chiama “il colpo basso finale”: l’aver cioè malignamente insinuato che “lui non lo licenzia nessuno”. Ecco, pare che io sia stato ingiusto, pare che anche il professor Ichino abbia vissuto, nel passato, l’esperienza scioccante (ma anche molto stimolante, non lo nego) del licenziamento. O perlomeno, è convinto di essere stato licenziato dal PCI, che nel 1983 gli fece il grosso torto di non riproporlo alle elezioni. Neanche adesso ha la garanzia che il PD lo ricandidi, dice. Sì, ammetto di avere una visione un po’ limitata, basata sulle mie limitate esperienze. Io per licenziamento intendevo quelle situazioni in cui un boss ti chiama e ti fa firmare una letterina, oppure quando lavori per un anno nello stesso posto tutti i giorni e alla fine dell’anno hai firmato quindici contratti diversi, anzi uguali. Per Ichino, invece, essere licenziati è perdere uno spazio sull’Unità senza “neppure un rigo di commiato” (solidarietà), ed essere prontamente ripresi dal Corriere della Sera. Posso capire che dal suo punto di vista un licenziamento non sia insomma una tragedia. Mi resta il dubbio di quanti giornalisti e pubblicisti che in questi giorni stanno temendo per il loro posto possano davvero sperare in un destino simile, ma è soltanto il solito dannato Pessimismo che parla per me. Mi scuso quindi, ho scritto una cosa cattiva. Mi perdonerà se allo stato attuale faccio tuttora fatica a immaginarmi il Corriere della Sera che lo licenzia, ecco. http://leonardo.blogspot.com
(*) via Soncini.
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Lettera a un giovane ichino

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Caro giovane disoccupato, oppure lavoratore, e quindi sicuramente precario. Caro giovane di sinistra, o di destra, o di nessuno, o del migliore offerente.

Tu che su facebook scrivi almeno una volta al giorno che il sindacato non ti rappresenta; che il PD è un partito di pensionati per i pensionati; che l'articolo 18 è un arnese fuori dal tempo che ti opprime; tu che tra le caste che soggiogano questa povera Italia non ti stanchi mai di ricordare la più odiosa, quella dei dipendenti a tempo indeterminato illicenziabili; tu che non ti perdi un'intervista a Pietro Ichino e me ne aggiorni su twitter; caro giovane disoccupato o precario:

volevo dirti che in linea di massima hai ragione.

Il sindacato davvero non ti rappresenta – del resto dovrebbe? Non sei iscritto. Il sindacato non è un ente benefico che lotta per un mondo migliore: è un'associazione che tutela i diritti dei suoi tesserati. Il PD è davvero un partito di pensionati, anzi ha il suo daffare a tenersi buono lo zoccolo molle di anziani che rimane fondamentale in vista delle elezioni dell'anno prossimo. E quindi, insomma, ti resta Pietro Ichino. Ti ha spiegato che in Italia c'è un recinto di lavoratori tutelati (pochi) e una prateria di precari e disoccupati, e la sua proposta è più o meno: aboliamo il recinto. Dopo ci sarà più lavoro per tutti e anche più diritti, sì, per tutti. Sto semplificando, ma non è che Ichino e i suoi altoparlanti su giornali e tv la facciano molto più complicata, eh? Diciamo che la mettono giù in un modo più convincente.

Però, caro giovane, tu e Ichino potreste avere ragione anche su questo. Che ne so io, dopotutto. E quindi non ti chiedo di smettere di prendertela col PD, o con la CGIL, o con quel feticcio che è l'articolo 18. Puoi continuare se ti va a vedere in me un membro della casta, perché ho un contratto a tempo indeterminato, anche se alla fine del mese magari piglio meno di te. Vorrei soltanto essere sicuro che tu abbia capito cosa stai chiedendo.

Tu non stai chiedendo di abbattere il mio steccato. Quello ormai resta. La Fornero non si pone neanche il problema. Nemmeno Ichino osa. Il mio steccato non è in discussione. Tu stai semplicemente lottando perché nessuno sia più ammesso dall'altra parte. Chi è stato assunto prima della futura riforma Ichino resterà più o meno garantito. Gli altri, anche se sono arrivati a un tempo determinato dopo anni di contratti a progetto, resteranno per sempre al di qua. Licenziabili per un capriccio.

Posso essere più chiaro? Tu non stai lottando per togliere un diritto a me. Tu stai chiedendo che lo stesso diritto non possa più essere esteso al te stesso di domani. E si capisce, sei giovane e pieno di energia. Cambiare contratto una volta al mese non ti spaventa, perché dovresti ambire a una sistemazione a tempo continuato sotto l'ombrello dell'articolo 18? e a una panchina ai giardinetti, già che ci siamo? Largo ai giovani.

Lo stesso vale per le pensioni. Quando chiedi che siano tagliate, non stai parlando delle pensioni dei tuoi genitori. Stai parlando della tua. Quando auspichi l'abolizione della pensione di anzianità, non stai parlando della mia anzianità: stai parlando della tua. Quando chiedi che sia innalzata l'età pensionabile, è della tua vita che si parla. (Ma tanto tu non invecchierai come tutti gli altri, tu a 66 anni sarai ancora pieno di tanta voglia di fare). Lo so che sei in buona fede, quando pensi che il corpo flaccido e inerte del mondo del lavoro si meriti una sferzata: voglio solo essere sicuro che tu abbia capito che l'unica schiena a disposizione è la tua. Dopodiché, puoi continuare a ichineggiare e perfino sacconeggiare, se ti fa sentire bene. Magari hai ragione. Magari davvero l'unica strada è quella di alzare l'età pensionabile (la tua), e rendere più facile il licenziamento (tuo). Io resto scettico, ma è Ichino l'esperto.

E lui sta pur tranquillo che non lo licenzia nessuno.
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Il mio Piave

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Vecchio arnese a chi

Poi per carità, a chi non piace sentire finalmente qualcuno che dice basta con le solite chiacchiere, le solite polemiche sulle fazioni o sulla leadership, qui servono idee concrete, cominciamo a farci venire delle idee concrete. Piace a tutti un discorso così.
Il punto è che nel breve intervento di Debora Serracchiani al Lingotto, sabato scorso, tutte queste idee concrete ancora non c'erano. Ce n'era una gran voglia, questo sì. Ma al netto di tutti i discorsi contro le chiacchiere e di tutte le polemiche contro i polemici, l'unica proposta un po' nel merito (in qualsiasi merito) era... il superamento dell'articolo 18. Eh? Aspetta, forse ho capito male.
No, perché dopo ha parlato la Melandri e ha ribadito il punto: “l'articolo 18 è un vecchio arnese”. Ah.

Chiedo scusa, è colpa mia. Ogni volta mi dimentico che sto assistendo alla nascita di un partito di centro, centro, centro, centro, centro, trattino sinistra, e mi stupisco di cose che tutti intorno a me daranno per scontate. Articolo 18, ma chi ne parla più. Metti Berlusconi: lui mica ne parla. Anche perché... come andò a finire quando provò ad abrogarlo? Fammi ricordare.


Comunque è un fatto che non ne parli più. Lui è ossessionato dalla comunicazione, e non ha tutti i torti: la crisi è sistemica, l'unico fattore che si può sperare di correggere è quello emotivo. Forse sarebbe arrivato alla stessa conclusione anche se non controllasse cinque emittenze nazionali e non avesse fondato il suo impero sullo spaccio di emozioni – in ogni caso la strategia ha un senso. Gli italiani devono avere la sensazione che tutto finirà per il meglio. Figurati se in un frangente del genere si mette a riparlare di licenziamenti più facili. Anzi, guai a chi ne parla.

Così va a finire che ne parla la Melandri. Giusto. In fondo, se siamo un partito di centro, centro, centro, centro, centro, trattino sinistra, il populista Berlusconi è allo stesso tempo alla nostra destra e... alla nostra sinistra. Noi invece inseguiamo il centro. Chi ci sia al centro di così interessante non si è mai capito: forse qualche industriale che non ha ancora delocalizzato in Romania. Ecco, forse lui se sente la Melandri dire che “l'articolo 18 è un vecchio arnese”, potrebbe considerare l'idea di votare per noi. Nel frattempo i suoi operai, i dipendenti con vent'anni di contributi e ancora più di dieci anni prima della pensione, il ceto medio nerbo della nazione, prende paura e vota Lega. O Berlusconi, che è più rassicurante. Poi la Melandri verrà a spiegarci che è colpa nostra, dovevamo insistere un po' di più verso il centro, centro, centro, centro, centro, trattino centro.

Io – che a suo tempo feci la mia modestissima barricata – so benissimo che l'articolo 18 non è la cura a tutti i mali. So che viene già disatteso dai fatti da migliaia di ditte che si scorporano appena superano i 14 dipendenti. E anche nel culmine dello scontro del 2002 non l'ho mai considerato molto di più che una bandiera. Però anche le bandiere hanno una loro importanza – quelle che funzionano. L'articolo 18 ha funzionato. Altroché se ha funzionato.

All'indomani della vittoria di Berlusconi nel 2001, con l'eco delle sirene di Genova ancora forte e chiaro nelle orecchie di molti, Sergio Cofferati divenne il leader della sinistra semplicemente indicando una linea, un fronte, un Piave, e promettendoci che Berlusconi non sarebbe passato. Quel Piave fu l'articolo 18, e Berlusconi non passò. Lo ricacciammo indietro, il 23 marzo 2002, qualcuno se ne ricorda? Roma invasa dai manifestanti convocati da un solo sindacato, e Marco Biagi era appena stato ucciso. Così si fa opposizione, prendete nota: si indica un punto sulla mappa, ci si raccoglie e non si cede fino alla fine. L'articolo 18 non fu modificato. Tremonti non ne parla più da allora. (Adesso parla solo di vegole, vegole, vegole, è diventato un maniaco delle regole: chissà se tra queste include lo Statuto dei Lavoratori).

Ma adesso lo vuole modificare il PD. Pare che sia l'unica idea nuova che la Serracchiani aveva pronta da portarsi a Torino. Pare che l'articolo 18 sia “un vecchio arnese”. Ma insomma, quelli che andarono a Roma il 23 marzo non avevano capito niente? Oppure hanno cambiato idea? Più semplicemente hanno smesso o smetteranno di votare PD. Ma siete sicuri che i loro voti non vi servano? Quante migliaia di voti intendete bruciare per conquistare quello della Marcegaglia?

No, scusate, lo so benissimo che non ragionate in termini elettorali. Ci mancherebbe altro. È proprio per questo che, mentre state all'opposizione, proponete di rendere i vostri elettori un po' più licenziabili. La maggioranza se ne guarda bene, ma se gli allungate una bozza Ichino, è probabile che la voterà. Senza dare troppa pubblicità alla cosa (la Melandri, invece, scommetto, sogna già i manifesti: Licenziamenti più facili grazie al PD! Grazie, PD!)

Ripeto, io non credo nella sacralità dell'Art. 18. Ma ne faccio una questione di comunicazione. Ci sono migliaia di persone che per quell'Articolo hanno combattuto: non si meritano qualche spiegazione? Nel 2002 si rifiutavano di credere nell'equazione “più licenziamenti = più opportunità di lavoro”: erano così stupidi? Il loro intuitivo scetticismo nei confronti dei dogmi del libero mercato non meriterebbe di essere un po' rivalutato, alla luce di quello che è successo più tardi in tutto il mondo? Ma sul serio intendete mandare gente come la Melandri a spiegare che si sono sbagliati, hanno fatto le barricate per salvare un vecchio arnese che va tolto di mezzo, e che se Berlusconi non vuole più farlo tocca a noi?

Io non escludo che tecnicamente abbiate ragione. So che lo Statuto dei Lavoratori è il prodotto di un'era di relativa espansione economica in cui i rapporti di forza erano molto diversi. Può darsi che quel Piave debba cedere prima o poi. Non ne farò un dramma, crollato un fronte si ripiega e se ne fa un altro. Ne faccio un problema di comunicazione. Basterebbe non insistere troppo sull'articolo 18, sui termini “abrogare”, ma anche “superare”. Dite semplicemente che volete rendere il mercato del lavoro più equo per le giovani generazioni, sentite che suona già molto meglio?

E tecnicamente si può fare senza strombazzare al mondo intero che stiamo modificando l'art. 18. Peraltro, non è detto che si debba realmente modificare. Persino la bozza Ichino mantiene alcuni paletti: non sarebbero ammessi licenziamenti “discriminatori” o per “mero capriccio”. Non sarà il Piave, ma non è ancora l'Adige: si ridefinisce il concetto di giusta causa, tutto qui. Se ne può discutere, ma io quando ho letto che la Melandri riteneva l'art. 18 un “vecchio arnese” non ho pensato “ah, intende sollecitare un dibattito sul concetto di giusta causa”. No, io pensavo che volesse consegnare le chiavi del partito ai poveri piccoli industriali che in mancanza di un'idea nuova (da vent'anni) e di sovvenzioni (dopo vent'anni) vorrebbero licenziare tutti a luglio per riassumerli a settembre con un contratto a progetto.

E siamo al punto di partenza: a tutti piace sentirsi dire basta chiacchiere, servono idee. Ma anche le chiacchiere hanno la loro importanza. Chiacchierare sull'articolo 18, come se fosse un argomento qualsiasi, può risultare controproducente. Non è un argomento qualsiasi. È la nostra Dunkerque, il nostro Forte Alamo. Ci vuole rispetto.
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Chiedo un piccolo sforzo agli uomini di buona volonta e con cinque minuti da perdere: leggete (pardon, rileggete) questo articolo, on line ieri su la Repubblica.
Fatto?

E ora la domanda: di cosa sta parlando Massimo Giannini?
Del referendum del 15 giugno, ovvio.
O no?

La consultazione permanente

Il 15 giugno gli italiani potranno votare per estendere le tutele previste dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori alle aziende con meno di 15 dipendenti. Questo Giannini lo dice chiaramente (e succintamente) nelle prime tre righe dell’articolo, dandoci subito anche il suo parere sulla questione:

Il referendum sull'articolo 18 è una miccia innescata nel motore dell'economia italiana. Se al voto del 15 giugno vincessero i "sì", la miccia esploderebbe: le tutele contro i licenziamenti senza giusta causa previste dallo Statuto dei lavoratori del 1970 verrebbero estese alle aziende con meno di 15 dipendenti, la macchina della micro-industria nazionale si ingolferebbe e il mercato del lavoro finirebbe paralizzato.

Si tratta di un’affermazione discutibile, ma io non ho intenzione di discuterla adesso qui. Volevo solo far notare una cosa: l’articolo è piuttosto lungo (e interessante). Eppure, da qui in poi, non parlerà più di statuto dei lavoratori e piccole aziende. Su 9000 battute, la discussione sul merito del referendum ne occupa 300, pari al 3 per cento dell’articolo. E il restante 97% di cosa parla?
Di politica, naturalmente. Politica italiana. Giannini ci informa così che il referendum sull’articolo 18 in realtà è “una contesa per l'egemonia culturale, una battaglia per la leadership politica”, un referendum sulle carriere politiche di Bertinotti, Rutelli, Cofferati e Fassino. Ha il merito di ricostruire il garbuglio di motivazioni che porteranno la sinistra italiani a lacerarsi per l’ennesima volta: un garbuglio nel quale noi lettori, distratti negli ultimi mesi da guerre ed epidemie, ci orientavamo a fatica e con scarsa convinzione.
Dunque il 15 giugno si va a votare sì per rafforzare Bertinotti (e Berlusconi festeggerà). O per eleggere Cofferati segretario dei DS (e Berlusconi non saprà se festeggiare o no). Si va a votare no per riconfermare Rutelli leader dell’Ulivo.
E poi, certo, si andrà a votare anche per rendere più difficile il licenziamento nelle piccole aziende. Ma questo, alla fine, sembra essere soltanto un effetto collaterale. Quello che interessa davvero al cronista (e al lettore, e al politico) è la lotta per il potere, nuda e cruda. Giannini descrive le forze in campo, i generali, le tattiche e la logistica. Ma non ci spiega perché si combatte. È un dato scontato, o poco interessante, o interessante al 3%. Quello che interessa veramente è, per citare il sottotitolo di un celebrato giornalista italiano “chi vincerà lo scontro finale”.

Questa è la politica italiana, a leggerla sui giornali (piccoli e grandi). Ma non si può dare la colpa ai giornalisti, o perlomeno, non tutta. È colpa anche dei lettori, che analisi come questa se le bevono senza nulla eccepire, e si appassionano più alle facce dei leader che ai disegni di legge. È colpa soprattutto dei politici, che non fanno mistero di utilizzare anche i referendum come sondaggi di popolarità. È colpa di tutti noi italiani, orfani del proporzionale e delle elezioni anticipate, che non riusciamo a rassegnarci all’idea che un governo o una legislatura possano durare cinque anni. Perciò abbiamo trasformato qualsiasi consultazione (referendum, elezioni europee, regionali, financo comunali) in un test permanente sulla popolarità dei nostri leader politici.

La cosa, entro certi limiti, è comprensibile, e succede in tutte le democrazie moderne. Ma in Italia, dal 1994 in poi, l’ansia da prestazione dei nostri leader è diventata parossistica. Il punto di non ritorno fu probabilmente raggiunto quando nel 2000 D’Alema si dimise da Presidente del Consiglio perché aveva perso… le elezioni amministrative. Gli italiani credevano di dover votare per rinnovare i consigli comunali: in realtà stavano esprimendo il loro parere sul governo di centrosinistra.
Allo stesso modo, il 15 giugno del 2003, noi ci illudiamo di dover votare su una questione di diritto del lavoro (forse nemmeno così cruciale, se mi passate l’opinione). E invece stiamo partecipando all’ennesimo sondaggio sulla popolarità del governo e dell’opposizione.

Colpevoli di questa degenerazione della democrazia in un regime di sondaggio permanente, i politici ne sono anche le vittime principali. Soprattutto a sinistra, dove l’ansia di conquistare consenso è più forte, e ottunde la capacità di progettare strategie a lungo termine. Segno eclatante di questa miopia sono le disperate parole di Fassino, al termine dell’articolo. “Se c'è il quorum e vince il sì, io perdo tutto", dice. Non sono parole da leader politico, sono parole da giocatore d’azzardo, e anche da giocatore dei meno brillanti, di quelli scoppiati che non tengono più dietro all’emorragia di fiches. Verrebbe voglia di replicargli che non è vero, che non sta scritto da nessuna parte “Votate sì contro Fassino”, che io non penserò a Fassino nel segreto dell’urna, bensì ai dipendenti delle piccole aziende. Ma ho il sospetto che sarebbe inutile.

Di più. Ho il sospetto che quei 14 dipendenti, in questa storia, c’entrino veramente poco. Che siano un terreno di scontro come un altro, il casus belli che veniva più comodo al momento, il corridoio di Danzica della situazione. E che da questa guerriglia permanente, che il 15 giugno passerà per caso dalle loro parti, nemmeno loro abbiano molto da guadagnare.
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Ceronetti contro le sanguisughe confederali
Extra action!

Siamo in guerra – e forse dovremmo avere più pudore nel parlarne, perché rischia di suonare banale, mentre è soltanto vero. Non sappiamo esattamente quando è iniziata, ma già vediamo le nostre stesse vite, qui nelle retrovie, esposte a un peggioramento. Ci accusiamo a vicenda, non ci fidiamo più di nessuno, in piazza ci spiamo… quel signore all'angolo dove l'ho già visto, perché non parla con nessuno, non è per caso qualcuno in borghese? Oggi uscendo dalla mensa un tale si divincolava da due vigili urbani.

Siamo in guerra, e non vale consolarci pensando che la guerra è altrove. La terribile Pasqua palestinese ha pur sempre fatto meno vittime di una normale pasquetta italiana. Verranno un giorno i pacifisti di tutto il mondo a protestare davanti ai nostri caselli autostradali? Siamo al corpo a corpo, tutti contro tutti. Ci fanno molta paura gli albanesi (che guerre non ne hanno forse vinte mai), e intanto ci massacriamo a casa nostra, figli contro madri e fidanzati contro fidanzati.

Nell'ombra aspettiamo soltanto il momento di calare pugnali alle spalle del prossimo. Io stesso, la settimana scorsa, sfogliavo la Stampa, aspettando al varco qualche intellettuale falsopacifista, un succulento Yehoshua, o un prevedibile Lerner (che mi ha spiazzato uscendo invece sul Manifesto). E mentre sfogliavo nell'ombra, domenica 31 – primo giorno d'ora legale, vero inizio di Primavera – ho finalmente visto la luce. Rossa. Non fraintendete. Era un fondo di Ceronetti. I suoi fondi sulla Stampa si chiamano appunto Lanterna Rossa.

Ecco qui:
Di violenze ormai ne subiamo tante da perderne il conto. Da perderne perfino coscienza. Ma è violenza tutto, da tutto, contro tutto e tutti. È assurdo quindi ritenere di vivere nella pace, in luoghi provvisoriamente non visitati dalla peste di una guerra.

Mio Dio, quant'è vero, mi sono detto. Quest'uomo ha colto nel segno. Ecco cos'è questa sensazione di rabbia tutte le sere, questa impotenza, questa frustrazione, questi foruncoli. Siamo in guerra. Ma forse, leggendo il fondo di questo intellettuale, potrò capire qualcosa, mettere un po' di pace almeno nella mia piccola vita. E sono andato avanti.

Tra le violenze accolte con più passività e indifferenza c'è l'imposizione del mutamento di ora due volte nel corso dell'anno.

Un attimo. Ho letto bene? È scritto lì, sul fondo della Stampa, domenica del 31 febbraio 2002. Appena sopra un trafiletto racconta della ragazza sequestrata per nove ore e strangolata da un camionista in seguito a una contestazione amichevole. Più sopra cosa c'è? Cogne, ovviamente, e la Palestina. Morte, morte dappertutto. Pensavo che Ceronetti intendesse questo quando parlava di violenza. Ma no, lui parlava del cambio d'ora. Che c'entra con la violenza?

Nulla è privo di conseguenze nelle profondità medullari dell'essere: essere brutalmente strappati al Tempo Solare alla fine di ogni mese di marzo è un graffio nell'anima, una lacerazione nei tessuti invisibili. [oh, mi piacerebbe citarlo tutto…] L'Autorità – cieca, idiota, volgare, ubbidiente ai più bassi criteri di praticità materiale – interviene dall'alto, afferra la luce che ha appena aperto gli occhi e la stupra, la strangola e ne sotterra il cadavere innocente.
In segreto l'Ora Solare, stremata dall'annuale violenza che patisce, piange.


Oddio, piange, la povera Ora Solare! E io che non me n'ero mai accorto, perché, perché tanta insensibilità? Perché andare a contare i morti di un conflitto lontano quando ho accanto a me questo stupro, questo strangolamento, questo pianto, e nemmeno me ne accorgo? Il fatto è che ormai devo aver perso il contatto con le profondità medullari del mio essere. Vado a letto alle tre, mi alzo alle sei (del mattino), nel dopopranzo quando possibile mi corico un po', non faccio altro che graffiare e lacerare i tessuti invisibili, poi di cosa mi lamento.

Io lo so cosa pensate. Che Ceronetti è il solito piagnone apocalittico, che ciarla ciarla e non ha nessuna proposta concreta e praticabile. Sbagliato in pieno. Sentite un po':

Un'osservazione sul risparmio energetico, pretesto fondamentale per sradicare la fetta europea di umanità dal tempo legittimo del sole. È un incessante eruttare di partite calcistiche e altre esibizioni notturne, in campi e stadi rischiarati da centinaia di riflettori di enorme potenza […] per la mania televisiva di farle di notte, tenebra su tenebra. Spostandole tutte indistintamente in ore diurne, avremmo probabilmente coperto l'entità del risparmio indotto dall'ora legale.

Capito? Altro che ciarlatano. Anche se ha il buon gusto di schernirsi con un "probabilmente", Ceronetti avrà senz'altro in tasca uno studio di fattibilità per provare la fondatezza di quello che dice. Altrimenti non lo scriverebbe su un giornale serio, no? Quindi basterebbe abolire i posticipi di campionato e qualche altro concerto per risparmiare sei mesi di Ora Legale. Beh, sorprendente, questo Ceronetti. Come intellettuale lo trovo un po' sottostimato. Non si riesce a trovargli neanche un sottosegretariato ai Lavori Pubblici, o – faute de mieux – alla Cultura? Chi sa che non abbia nel cappello anche la soluzione ad altre priorità del governo, come per esempio le mezze stagioni (non ci sono più quelle di una volta), o il fatto che una volta qui era tutta campagna…
Ma no. Non lo vedo a ingrigire in un opaco ministero. Ceronetti è un leader, un trascinatore. Sentite questo crescendo finale:

Tanto per sognare. La nube di imbecillità che coprirà l'Italia il prossimo 16 aprile con lo sciopero generale voluto dalle smisurate sanguisughe confederali ecco di colpo -– divina metamorfosi – è trafitta da un raggio di intelligenza tardiva, e diventa sciopero generale contro la violenza alla luce solare, contro la barbarie dell'ora stravolta, e le piazze si riempiono di quadranti, in cui l'ora è fatta ritornare indietro e centinaia di bocche gridano: "Non la toccate più".

Signori, è nato un leader. Voi sciocchi confederati, che ancora vi ostinate a scioperare per quattro ridicoli diritti, non l'avete ancora capito? L'articolo 18 non è il segreto della felicità. Se aveste la forza di guardare nelle profondità medullari dell'essere vostro lo sapreste da tempo, ma siccome avete il cattivo gusto di puntare la sveglia tutte le mattine per andare a lavorare, comprate almeno la Stampa e fatevelo spiegare da Ceronetti: "la barbarie dell'ora stravolta", ecco qualcosa per cui vale veramente la pena lottare.

***
Siamo in guerra – e in guerra è lecito scherzare, anzi si ride e si canta con più ostinazione che in tempo di pace, perché ce n'è più bisogno. Si ride di quel che si può, anche di un nonnulla, dell'anziano signore che viene al bar e ogni giorno ce l'hai con qualcuno, e sentissi come gliele canta.
"Con chi ce l'hai stavolta, Guido?"
"Tès, valà, che stasira mi tocca dormire un'ora in meno, roba da matt! Ma dove andremo a finire?"
"Ma è per il risparmio energetico, Guido!"
"A t'al dag me, il risparmio energetico! Con tutta quelle partite che fanno tutte le sere, al campionato, e poi la ciamponslig, c'la roba lè… tutti quei riflettori accesi per niente, milioni, miliardi... e Berlusconi che non dice niente, e D'Alema… e quel altro là, veh, Cofferati…"
"Son tutti dei ladri, eh, Guido?"
"Tutti, tutti, dal prèm a l'ultèm. E a me tocca puntar la sveglia un'ora prima, tutti gli anni. Roba da matt".
"Ma Guido, scusa, dov'è che hai da andare, c'hai mica un cartellino da timbrare te, no?"
"L'è l'istess! È il principio che conta. Ma lo sai che svegliarsi prima fa male alla salute?"
"Dai, Guido, vieni, ti offro qualcosa".
"O, a'n'deg menga ad no!".

Questi anziani signori ci sono in tutti i bar di tutti i paesi, e in tutte le redazioni dei giornali rispettabili. Perché c'è la guerra, è vero, ma questo non c'impedisce di divertirci ogni tanto alle spalle di qualcuno. Al Corriere c'è la Fallaci, con le sue memorabili smargiassate: "e allora gli ho detto ad Arafat, ma chi ti credi, oh, guarda che i numeri ce li avevano anche i Romani, ed erano anche più dritti dei vostri". Alla Stampa c'è Ceronetti, con la sua Lanterna Rossa. Che bisogna fare? Compatirli? E perché? Sono ridicoli, d'accordo, uno spettacolo pietoso, ma guadagnano bene. Guadagnano molto di più ora da rimbambiti che ai tempi in cui avevano ancora qualcosa di sensato da dire. Non resta che divertirsi anche noi alle loro spalle. In attesa che il prossimo efferato delitto, il prossimo incidente, il prossimo attentato ci riportino alla triste attualità Ma fino ad allora… Dai Oriana, raccontaci di quella volta che tu e Kissinger…
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naso da pugile piace alle ragazze

Tra i vari effetti negativi che ha indubbiamente il tenere un blog (sindrome di Celentano, stress da contatore, paranoia da referrer, cazzeggio compulsivo…), ce n’è uno positivo, e cioè: scrivere in pubblico ti costringe a fare i conti coi tuoi limiti. E questo è importante.
Se guardo dietro di me, vedo un signorino che si credeva assai informato e intelligente, appena un anno fa. Oggi non sono più così sicuro sul mio grado di intelligenza o di informazione. Mi accorgo sempre più che vado avanti per istinto. E mi accorgo anche che va benissimo così.

Un anno fa avevo teorie da spiegare al mondo. Oggi va grassa se mi riesce di metter su un pezzo divertente ogni tanto. Nel frattempo le cose diventano sempre più intricate e incomprensibili. Siccome non posso bermele tutte (da Bush che si strozza con un salatino ai complotti delle toghe rosse alla gloriosa missione italiana in Afghanistan, a Berlusconi grande mediatore europeo), non mi resta che andare a naso, e pazienza se a volte lo sbatterò contro il muro. Che poi la verginità l’ho persa molti anni fa, e non la rimpiango neanche.

Così, a naso, direi che Borrelli ha ragione a protestare e Taormina deve aver imparato da certi suoi clienti l’arte della minaccia. Così, a naso direi che, piuttosto che per un banale match di football, è più facile strozzarsi davanti a un rapporto sullo scandalo Enron. Così, a naso, direi che i Dieci Piccoli Italiani in Afghanistan ci stanno coprendo di ridicolo, e che a questo punto gli italiani dovrebbero farsi tutti pacifisti gandhiani per un semplice questione di decoro. Così, a naso direi che l’articolo 18 è una trincea più simbolica che reale, una specie di Linea Rossa, perché tanto i nuovi imprenditori aprono una ditta nuova ogni dieci dipendenti.

Così, a naso, direi che Israele sta vivendo un incubo dal quale lui solo può decidere di svegliarsi. Dopo mesi di blocchi in tutti i territori, come può un 'martire di Al Aqsa' entrare in un locale di Tel Aviv e fare fuoco? E allora a che serve tenere sotto sequestro tutto il popolo palestinese? Togliere i blocchi. Riprendere il dialogo con Arafat. L’incubo non finirà, ci saranno ancora morti inutili, il tunnel della pace è lungo e stretto, ma ha una via di uscita. Il tunnel dell’odio è cieco.

Queste cose io le dico a naso. E magari dico un sacco di cazzate, e i posteri rideranno di me (tanto sarò morto). Oppure io stesso riderò di me, quando tra qualche anno, dopo aver studiato con attenzione ogni questione, concluderò che Berlusconi, Bush e Sharon sono stati tre formidabili statisti, e io ero il solito giovane accecato dalle ideologie. A quel punto, però, spero che mi offriranno qualcosa, una sottosegreteria, una rubrica sul Foglio, una striscia in tv, perché nessuno si converte gratis, neanche San Paolo.

Nel frattempo, io, a naso, decido volta per volta da che parte stare, e se mi sbaglio, tanto peggio per me. E tanto meglio per chi sta dall’altra parte. Quelli li posso anche capire.
Faccio più fatica a capire, invece, quelli che si tirano fuori da gioco, come se non li riguardasse. Come se fossero i giudici – non alla maniera di Borrelli, no, infatti loro giudicano anche Borrelli, che “dovrebbe fare il suo mestiere”.

Gli italiani sono fatti così. Hanno una soglia d’indignazione molto bassa, che scatta subito, dopodiché può succedere qualsiasi porcheria, loro ormai sono indignati. E a quel punto non c’è più niente da fare. Un po’ come i cani, che se gli punti il dito loro guardano il dito, il meccanismo indignatore scatta sempre di fronte al messaggero piuttosto che al messaggio. Non scandalizza che esista una rete pedofila in Italia, scandalizza che Gad Lerner ne parli in prima serata. Non scandalizza che Berlusconi cambi legge per salvare i suoi amici inquisiti: scandalizzano i magistrati che denunciano la situazione.

Voi, che finché non si processa (e si condanna, evidentemente) un D’Alema o un Rutelli non ha senso processare Berlusconi. Così, per par condicio. Quanto siete garantisti. Quanto siete equilibrati. Voi il naso di sicuro non ve lo rompete da nessuna parte. Lo tenete ben alto a fiutare da che parte tira il vento, e così, impalati sull’attenti, ci fate anche la figura di uomini tutti d’un pezzo. Beh, che posso dire, bravi. Qualcosa però ve lo perdete. Che cosa esattamente non lo so, però qualcosa. Il naso da pugile, forse. A certe ragazze piace.
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